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Culture intraducibili e buffi modi di dire
di Alessia Grimaldi il 21/08/2019
Culture intraducibili e buffi modi di dire

 

Molto spesso si sente dire che tradurre equivale a tradire. Cosa si intende esattamente?

È facile intuirlo se pensiamo alla resa italiana di alcuni film americani: io per esempio non riesco proprio a digerire Se mi lasci ti cancello come traduzione di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Se parliamo di libri invece The Catcher in the Rye, diventato Il giovane Holden.

 

 

 

 

Ma il concetto di tradimento va al di là del modificare un titolo per meglio renderlo in un'altra lingua. Spesso il tradimento è obbligato per ragioni linguistiche. Nel passaggio da una lingua a un'altra, infatti, è difficile rendere le sfumature del significato di origine, soprattutto perché la lingua è strettamente connessa alla cultura. Così un termine esportato non si trascina dietro anche tutto il retaggio culturale che l'ha generato.

 

D'altra parte però, di fronte a questa intraducibilità, non si deve alzare un muro di arresa. Per esempio nel caso di testi letterari diventa indispensabile adottare delle traduzioni che si avvicinino il più possibile al significato di partenza, anche a costo di usare delle perifrasi, ovvero intere frasi per rendere una sola parola. (D'altronde questo è obbligatorio, per esempio nelle lingue cosiddette polisintetiche, che formano i sintagmi unendo a una radice una serie di desinenze, arrivando a formare parole molto lunghe, che per ovvi motivi vengono poi tradotte come frasi.) 

 

In senso più ampio tradurre è tradire non a livello strettamente letterale, ma perché è impossibile rendere le sfumature e il background culturale che l'autore ha disegnato per i suoi lettori, condannando le traduzioni a un rischio di incomprensione o comprensione non pienamente sufficiente. Il traduttore si veste così da mediatore.

 

 

 

 

Tutti conosciamo la leggenda secondo cui gli eschimesi avrebbero cinquanta parole per indicare la neve. Dico leggenda perché a quanto pare le parole sarebbero, a dir tanto, solo quattro o cinque, diventate quasi infinite nell'immaginario comune. Al di là del numero esatto la cosa interessante è come questo denoti che gli eschimesi hanno una percezione della neve diversa dalla nostra, perché vi sono quotidianamente più a contatto e probabilmente la vedono in modo diverso da noi, che ne esperiamo per poche settimane all'anno.

Ecco quello che dicevo, sullo stretto rapporto che esiste tra lingua e cultura. Per noi la neve è bianca, punto. Al massimo grigia, quella sul ciglio della strada. Per loro, invece, quel colore ha delle sfumature e un bagaglio di informazioni che noi non potremmo mai comprendere.

 

 

 

 

Ecco un altro esempio, stavolta dal lappone. Già a inizio Ottocento si scoprì che in questa lingua esistevano cinque parole per definire la neve, sette o otto per montagna ma per definire termini come onestà, virtù e coscienza bisognava ricorrere a una perifrasi. Questo sottintende, a livello cognitivo, che per i lapponi la neve e la montagna siano più importanti rispetto all’onestà e alla virtù. O meglio, più importanti nella quotidianità della loro vita.

 

Capiamo bene che guardare il mondo con occhi diversi vuol dire comunicare in modo differente. Ogni popolo declina la lingua in base alle proprie necessità, le caratteristiche del territorio e la storia.

 

 

 

 

 

L'intraducibilità, se da un lato limita e crea frustrazione (soprattuto per chi fa il traduttore di mestiere), dall'altro affascina e tramuta in poesia parole assolutamente quotidiane.

Gli svedesi, per esempio, hanno la parola gokotta, lo svegliarsi all'alba per sentire il primo canto degli uccelli. Hanyauku in Namibia indica il camminare in punta di piedi sulla sabbia calda. I tedeschi dicono waldeinsamkeit quando si sentono come soli in un bosco. Bello vero? Ma se un tedesco vi dicesse backpfeifengesicht, stategli alla larga: vi ha appena detto che avete una faccia da prendere a pugni.

I giapponesi non sono tanto più simpatici quando chiamano una ragazza bakku-shan, ovvero bella finché non la si guarda in faccia.

Molto divertente invece l'islandese hoppipolla che descrive letteralmente l'animo giocoso che ci porta a saltare nelle pozzanghere.

 

 

 

 

Ma anche noi italiani abbiamo i nostri "misteri". Gattara vi è sicuramente famigliare, forse meno culaccino, il segno lasciato dal bicchiere bagnato su un tavolo. E poi ancora abbiocco,  commuovere,  menefreghismo,  tramezzino,  mammone,  meriggiare,  pantofolaio. Alcune di queste parole sono per noi familiari e quotidiane; non è lo stesso per un parlante straniero che si approcci alla nostra lingua.

 

Oltre alle parole intraducibili, abbiamo anche i modi di dire - molti dalla resa difficile - che come sappiamo sono l'espressione più vera dell'animo di un popolo. Per esempio se un iraniano si prenderà una cotta per voi potrebbe dire di volervi mangiare il fegato. Tranquilli, non letteralmente. Gli svedesi invece usano l'espressione "pattinare su un panino di gamberi" per indicare la facilità con cui si è conquistata una certa posizione di rilievo.

Per gli inglesi "piovono  cani e  gatti" quando fuori c'è un acquazzone. 

E ancora, quando non c'è più niente da fare e quel che è fatto è fatto, les  carottes  sont  cuites, "le carote sono cotte", in francese.

Se pensiamo alla quantità di modi di dire che usiamo ogni giorno, anche senza accorgercene, ci rendiamo conto di quanto rendiamo la lingua ermetica, per un ascoltatore non nativo. E così ci sentiamo anche sollevati, quando ci accorgiamo di non capire la lingua straniera che abbiamo per anni studiato: spesso non è colpa nostra, semplicemente conosciamo le parole ma ci mancano le conoscenze culturali per afferrare l'ironia e le sottigliezze linguistiche.

Quindi si, vi hanno davvero "cantato  una  mela" quella volta in Canada, ma solo per flirtare con voi.

 

Per queste e molte altre parole potete consultare Net Slov, il portale della parole intraducibili, disponibile in oltre 60 lingue. 

 

 

 

 

Abbiamo visto che la lingua è capace di dipingere immagini fantasiose, che mostrano l'identità culturale del popolo, le sue radici storiche e la sua visione del mondo. Ecco il fascino delle parole intraducibili.

Per quanto difficile ci risulterà tradurre queste espressioni possiamo comunque entusiasmarci per la loro poeticità e arricchire le nostre conoscenze sul mondo. E perché no, usarle a cena per fare bella figura con gli amici.

 

 

 

 

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Autore
Nata in campagna e trapiantata in città, è una fervente amante delle metropoli contemporanee di grattacieli e possibilità. Una (quasi) laurea in Lettere, Alessia ha mille passioni e ne scopre di nuove ogni giorno. Ama leggere romanzi americani scritti bene, mangiare pizza e scoprire nuove band. Mal sopporta la banalità e finisce semprele frasi degli altri. È l’amorevole mamma di Daisy, un bulldog francese testardo tutto graffi e coccole. Nel tempo libero gestisce, insieme a suo fratello, la pagina Instagram Shotz of Italia sulle bellezze naturali del nostro paese, nata per gioco, ora fonte di soddisfazioni. Le sue doti multitasking entrano spesso in conflitto con le ventiquattr’ore giornaliere.

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